La Nutrizionista Carla Frongia

Una persona non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene. Virginia Woolf

I tre tipi di obesità infantile

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Ieri leggevo delle riviste scientifiche cui sono abbonata per aggiornarmi e sono incappata in un articolo dal titolo: “La gabbia dorata: approccio sistemico sull’obesità infantile” della psicologa Agata Bianco, ASP 9, Trapani.

Partendo dal presupposto che i dati sull’obesità infantile sono drammatici, e vi rimando ad un altro mio articolo in cui trovate dati precisi, https://lanutrizionistacarlafrongia.com/2015/10/23/diamoci-una-mossa-a-pensare-alla-salute-dei-nostri-bambini/ , vi riporto alcuni passi.

Per me è un articolo bellissimo e perfetto.


L’obesità infantile si può dividere in tre grandi categorie:

1) Obesità socio-genetica: l’eccesso ponderale [del peso] non viene accompagnato da evidenti difficoltà psicologiche ma da stili di vita ed abitudini familiari inadeguate.

2) Obesità reattiva: compare a seguito di evento scatenante e/o traumatico (lutti, separazioni, vissuti abbandonici) in cui l’iperfagìa [mangiare troppo] gioca un ruolo di difesa contro l’angoscia e la depressione.

3) Obesità di sviluppo: connessa a problematiche psicologiche precoci nell’area affettivo-relazionale.

Il cibo, che è un nutrimento sia fisiologico che affettivo, diventa una consolazione universale con conseguente difficoltà a differenziare, l’aver fame dall’essere sazio, il bisogno di mangiare da altri bisogni.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha evidenziato come nel trattamento dell’obesità infantile sia necessario il coinvolgimento dei familiari.

E’ indispensabile analizzare la problematica non soltanto da un punto di vista generale ma tenendo presente che esiste quel bambino e quella famiglia, con la sua storia e i suoi vissuti e i suoi rituali.

Modificare il sistema familiare permette di guardare con occhi diversi il problema dell’obesità, dove tutti gli elementi della famiglia sono protagonisti e attori.

Spesso, dietro l’obesità di un bambino c’è una difficoltà nei componenti del sistema familiare e il bambino sembra portarne il “peso”.


Questo articolo è un po’ più lungo ed articolato nella sua forma originale ma spero che sia chiaro il concetto: se un bambino è obeso non possiamo dirgli “non mangiare” ma dobbiamo intervenire sulle cause del problema. E per intervenire sui bambini l’unica via possibile è passare attraverso i genitori.

Io stessa in studio quando ho bambini in realtà lavoro fondamentalmente su chi si occupa di loro.

Non posso dire al bambino di non bere l’aranciata e mangiare le patatine tutto il giorno se poi in casa la dispensa ne è piena e soprattutto se la famiglia intera continua a farne uso.

Per agire in maniera davvero utile sul bambino devo prima “educare” i genitori. Alcune volte riesco, altre volte invece ci sarebbe bisogno di un approccio integrato con psicologo e assistente sociale, non sempre possibile e accade anche che non sempre l’adulto “accetti” che debba cambiare pure lui per poter far stare bene il piccolo.

L’alimentazione scorretta in questi casi è soltanto specchio di dinamiche interne alla famiglia che sarebbero da rivedere. E ci si prova 😀

Al prossimo aggiornamento

Carla

Tempo di lettura: 4 minuti

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